Galmozzi corsa fine anni 30 col cambio Vittoria Margherita


“Una volta se correvi in bici e avevi qualche ambizione mettevi da parte i soldi e prima o poi andavi a farti fare una bicicletta come si deve da un artigiano che aveva fama di eccellenza. A Milano i nomi erano i soliti: Cinelli, Galmozzi, Masi, Pogliaghi. Era un po’ come andare dal sarto: il telaista ti misurava, poi sceglieva la stoffa, i tubi, e il taglio, vale a dire lunghezze, altezze e inclinazioni, in funzione dalla specialità, strada o pista, inseguimento o velocità, e confezionava un telaio che ti cadesse a pennello proprio come un abito ben fatto. 

Il telaista lavora peró il metallo e non il tessuto e i suoi strumenti di lavoro sono simili a quelli del fabbro: morsa, lima, martello, cannello per saldare, insieme a qualche prezioso e insostituibile utensile autocostruito. Ci vogliono poi buone mani, passione ed esperienza. Oggi tanto i vestiti quanto le biciclette si comprano nei grandi magazzini, di sarti non ce ne sono quasi più, e nemmeno di telaisti. Se andate in cerca di qualcuna delle vecchie botteghe milanesi molto probabilmente ci trovate un bar alla moda dove un bicchiere di rosso vi costa come un pranzo in trattoria ma non sanno nemmeno dirvi che vino è…”

Queste parole rappresentano perfettamente ciò che è stato il panorama dei tealisti milanesi.

Galmozzi fà parte di questa piccolo gotha di telaisti, la cui cultura sartoriale è da tempo finita nel dimenticatoio… purtroppo.

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Legnano corsa 1921

Al di là dei titoli conquistati, basti un aneddoto: alla fine degli anni Trenta fu Pavesi a scoprire il dilettante Fausto Coppi e a lanciarlo come gregario del già affermato Bartali, dando il via alla lotta tra campioni che divise e appassionò l’Italia.

Dagli anni Trenta agli anni Sessanta, mentre il ciclismo diventava lo sport più popolare del Paese e la squadra corse mieteva un successo dietro l’altro, la Legnano costruì alcune tra le più belle biciclette mai viste. In città non mancavano fonditori, tornitori, artisti della saldatura e tecnici capaci. Chi alla Franco Tosi poteva costruire un sottomarino come l’Archimede, nel capannone poco più in là era in grado anche di fare una bicicletta come si deve. Solo per restare ai mezzi da gara, negli anni Cinquanta nello stabilimento che si affacciava su via XX Settembre furono costruiti capolavori assoluti come i modelli Roma: leggerissimi, velocissimi, equipaggiati con la componentistica migliore e curati in ogni dettaglio.

Nell’epoca del tutto carbonio provate a mettere una Roma del 1956 di fianco a un top di gamma di oggi, la differenza salta all’occhio: nel 2019 le biciclette sono tutta tecnica, anche il colore spesso serve per contenere il peso; mezzo secolo fa invece c’era ancora spazio per il bello fine a se stesso, e così ecco che sui telai delle bici che vincevano spiccavano cromature e filetti rossi, mentre lo stemma del Guerriero sbalzato in ottone svettava in campo bianco.

Il verde Legnano merita poi qualche riga a parte: c’è chi sostiene sia un colore a sé, in verità era il risultato di un trattamento complesso. I telai erano verniciati d’argento e poi ricoperti di tante mani di verde trasparente fino a che prendevano la caratteristica colorazione ramarro. Ecco perché a distanza di decenni oggi è difficile trovare due biciclette Legnano che abbiano lo stesso colore.

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cambio posteriore Gambato 1948

Gambato era il marchio di una società che fino al 1992 era di proprietà di un Sig. Aguillaneido a aveva sede nel quartiere Avellaneda di Buenos Aires

Alla fine degli anni 40 , un ingegnere di nome Marcello Gambato , progettista di ingranaggi, ottenne un brevetto italiano nel 1952 per un design più moderno del deragliatore. La versione francese di questo brevetto n. 988.772 fu concessa a Tullio Campagnolo, il che implica che Gambato stesse lavorando con o per Campagnolo in quel momento.

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Legnano corsa 1925

La storia diventa leggenda

Chi è appassionato di biciclette (o di ciclismo )già lo sa, Legnano è un marchio che ha fatto la storia. Non solo per i successi ottenuti nello sport da campioni come Alfredo Binda, Gino Bartali e Fausto Coppi, ma anche per le sue macchine perfette che si distinguevano da tutta le altre per il loro colore indefinibile e per i dettagli tecnici che ancora oggi stupiscono per il loro livello di precisione

La prima bici Legnano fu costruita nel lontano 1902, quando tale Vittorio Rossi assemblò e mise in vendita i primi modelli con il marchio Lignon. Marchio e officina furono presto rilevati dall’imprenditore Emilio Bozzi, che nel nel 1907 insieme a Franco Tosi iniziò a produrre in città biciclette su brevetto Wolseley. La Wolsit (Wolseley italiana) era costruita nello stabilimento Tosi, nel 1924 sotto la spinta autarchica del fascismo l’azienda vendeva molto bene, tanto che nel 1927 Bozzi si staccò da Tosi e inaugurano stabilimento tutto suo

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Cinelli supercorsa 1978

Un giro in bicicletta è una fuga dalla tristezza

cit di james Starrs

Ecco il racconto che nel 1997 il mitico Cino Cinelli (proprio quello divenuto famoso per i manubri e le sue biciclette) fece alla Gazzetta dello Sport ricordando il “suo” ciclismo.

Strade bianche: si mangiava polvere e fango. Tubolari piu’ larghi e pesanti mezzo chilo l’uno. Una corona davanti e la tripla dietro. I cerchi erano in legno. La ruota si poteva cambiare solo se era rotta, in caso di foratura bisognava arrangiarsi da soli. Il ciclismo degli anni Trenta, com’e’ facile immaginare, era molto diverso da quello di oggi.

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